Il forecast dell’ottimista cronico

Esiste un genere letterario poco studiato ma diffusissimo nelle aziende: il forecast dell’ottimista cronico. Non è un documento di previsione, è un atto di fede. Una raccolta di numeri che salgono, sempre, comunque, contro ogni evidenza, sostenuti dalla forza pura della speranza.

Lo riconosci subito. Ha una caratteristica inconfondibile: il futuro è sempre meglio del presente, e il presente, per qualche ragione, è sempre un po’ sfortunato.

La curva a bastone da hockey

Il forecast dell’ottimista ha una forma precisa, nota agli addetti ai lavori come “bastone da hockey”. I primi mesi sono piatti o in calo, perché “è stato un periodo particolare”. Poi, esattamente da giugno in avanti, parte la salita. Una salita ripida, decisa, gloriosa.

Perché da giugno? Non si sa. È un mistero come il “+100” nelle formule di Excel. Semplicemente, da giugno le cose andranno bene. Il cliente firmerà, il nuovo prodotto sfonderà, il mercato capirà finalmente quanto siamo bravi.

Il secondo semestre eroe

Il vero protagonista di ogni forecast ottimista è il secondo semestre. È una creatura mitologica con un solo compito: salvare il primo.

Qualunque cosa sia andata storta da gennaio a giugno, il secondo semestre rimedierà. Ha spalle larghissime. Su di lui si scaricano tutti i ritardi, gli ordini slittati, i progetti in stallo. “Recuperiamo nella seconda parte dell’anno” è la frase che tiene insieme bilanci che altrimenti farebbero paura.

Poi arriva dicembre, il secondo semestre non ha salvato proprio niente, e si ricomincia. Con un nuovo forecast. In cui, ovviamente, il prossimo anno sarà diverso.

Perché è pericoloso ridere troppo

La scena diverte, finché non ti accorgi che su quei numeri gonfiati si decidono assunzioni, investimenti, acquisti e linee di credito. Un forecast costruito sulla speranza non è prudente, è cieco. Ti fa spendere soldi che arriveranno solo nei sogni e ti toglie il tempo per reagire quando la realtà presenta il conto.

L’ottimismo è una bella qualità nell’imprenditore. È una pessima metodologia di previsione.

Come si cura

Un forecast serio non vieta di sognare, chiede solo di mettere le ipotesi nero su bianco. Tre scenari invece di uno, base, ottimistico e pessimistico. Assunzioni esplicite e verificabili. E la domanda più scomoda di tutte: “se non arriva, cosa facciamo?”.

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